milanostorica

11/08/2006

Il Castello sforzesco attraverso i secoli
di Mauro Colombo


1. La Porta Giovia nel sistema difensivo urbano
Le mura romane
Mediolanum ebbe le sue prime vere mura alla fine del I secolo avanti Cristo, sotto il principato di Ottaviano Augusto. Nel circuito di queste mura (il cui tratto meglio conservato è custodito nelle cantine di via S. Vito) si aprivano cinque porte sulle principali direttrici di traffico: Porta Giovia tra via S. Giovanni sul Muro e via Cusani, Porta Cumana tra via Cusani e via del Lauro, Porta Orientale o Argentea al Còmpito di via S. Paolo, Porta Romana tra via Paolo da Cannobio e lo scomparso vicolo di S. Vittorello, Porta Ticinese all'attuale Carrobio (dopo l'ampliamento delle mura voluto dall'imperatore Massimiano si avranno altre due porte, la Nuova nell'attuale via Manzoni all'altezza di via Montenapoleone e la Tonsa al Verziere).
La Porta Giovia si apriva verso l'importante strada verso il Seprio e ospitava ai suoi lati importanti sepolture, per lo più datate a partire dall'età augustea. Molte lapidi sottratte a questo cimitero verranno rimpiegate nella costruzione di edifici e basiliche in età tardo-imperiale (es. S. Simpliciano e S. Carpoforo).
Come si presentava la Porta? Le radicali trasformazioni subite da questa zona a partire dal XIV secolo non hanno lasciato neppure una traccia della porta romana, ma non c'è motivo di escludere che si trattasse di una normale porta a due fornici con torri arrotondate, come quella superstite al Carrobio di Porta Ticinese.

Le mura comunali
La cinta costituita dalle mura romane era stata col tempo gradualmente smantellata durante le invasioni barbariche dell'alto medioevo, sia per scelte volontarie, nei tratti ove bloccava l'espansione urbana, sia per incuria. A fianco della Porta Giovia, ad esempio, rimane il toponimo di S. Giovanni al muro rotto ad indicare la devastazione subita dalle più antiche mura urbiche.
Un primo lavoro di ripristino si ebbe con il regno di Liutprando (secolo VIII), e successivamente per opera dell'arcivescovo Ansperto (secolo IX).
Una nuova, e più estesa, cerchia difensiva venne però realizzata solo a partire dal 1155, su progetto di mastro Guintellino. Consisteva in un cerchio irregolare, formato da un profondo fossato, nella parte verso la campagna, affiancato, nella parte verso la città, da un terrapieno formato dal materiale di risulta dello scavo del fosso. La semplice, ma imponente, realizzazione venne battezzata ben presto "cinta dei terraggi" (proprio perché fatta di terra). Il fossato era riempito d'acqua, proveniente dal Seveso e dal Nirone, mentre lo scarico della stessa era garantito dalla Vettabbia.
Dopo le devastazioni compiute dal Barbarossa, sui resti di questa cinta fortificata si iniziarono all'incirca nel 1171 i lavori per una più efficace linea difensiva, questa volta in muratura.
Questa nuova cerchia era caratterizzata da sette porte e dodici pusterle, le une e le altre concepite come dei piccoli fortini. Per altro, la pace di Costanza fece in parte abbandonare i lavori di completamento. In ogni caso la nuova cinta diede un particolare e duraturo assetto all'impianto urbanistico, tant'è che il fossato diventerà poi l'alveo dei Navigli (cosiddetta cerchia dei Navigli).
La nuova Porta Giovia venne leggermente avanzata verso gli orti coltivati a nord, che sfruttavano l'abbondanza di acque risorgive e incanalate (borgo degli ortolani). Si apriva sempre lungo la strada verso il Seprio, all'incirca ove oggi è la Rocchetta all'interno del Castello Sforzesco. Sul suo lato orientale si trovava la Pusterla delle Azze (oggi zona Lanza), così detta dalle accie, ossia le trame dei fustagni per la cui lavorazione si sfruttavano le acque del Nirone che scendeva dal borgo degli Ortolani (via Nicolini, piazza SS. Trinità). Tra la Porta Giovia e la Pusterla delle Azze si svolgevano anche i mercati ortofrutticoli e del fieno, ma si collocavano anche un gran numero di ostelli per pellegrini e viandanti, stallazzi per i cambi dei cavalli, cappelle ricche di leggende e tradizioni, come quella dei SS. Gervaso e Protaso. In questa zona a ridosso della Porta Giovia si insediarono anche i primi Carmelitani giunti a Milano.

2. Le difese viscontee a Porta Giovia

La Rocca di Galeazzo II Visconti
Nella divisione del territorio fra i nipoti Matteo II, Galeazzo II e Bernabò voluta dall'arcivescovo e signore di Milano Giovanni Visconti, a Galeazzo II era toccata la Porta Giovia. Tutte le Porte vennero debitamente potenziate e fortificate, in modo da farne delle Rocchette. La più famosa e documentata a Milano era quella di Porta Romana utilizzata da Bernabò e sopravissuta fino al suo atterramento voluto dal Piermarini.
La diffidenza che Galeazzo II e soprattutto sua moglie Bianca di Savoia provavano nei confronti di Bernabò determinò lo spostamento della coppia a Pavia, dove la coppia aveva fatto costruire un vero castello atto all'abitazione, con un grande parco per l'allevamento dei cavalli. La Rocca di Porta Giovia, edificata tra il 1358 e il 1368, rimase quale presidio militare di Galeazzo II a Milano e quale residenza per i suoi soggiorni milanesi (mentre il palazzo visconteo accanto all'arcivescovato - ora Palazzo Reale - non veniva usato perché troppo vicino al temuto fratello).
Una parte del fossato comunale (c.d. fossato morto) si trova ancora oggi all'interno del castello, così da dividerlo quasi in due: di qua il grande cortile adibito a piazza d'armi, di là la Corte Ducale e la Rocchetta, cuore del castello stesso.

Il castello di Filippo Maria
Fu l'ultimo dei Visconti, Filippo Maria (1412-1447) ad eleggere la Rocca di Porta Giovia a sua residenza milanese e quindi a trasformarla in un vero e proprio castello con pianta quadrangolare, chiamando presso di sé architetti del calibro di Filippo Brunelleschi, il contributo concreto del quale resta però abbastanza oscuro.
Poiché attorno al castello fu scavato un largo fossato (alimentato direttamente dalle acque del fossato cittadino), l'accesso era garantito da due doppi ponti levatoi con relativi battiponte, uno sul lato città, l'altro sul lato campagna.
All'epoca era già sicuramente esistente una cinta muraria che proteggeva il castello nella parte esposta verso la campagna. E proprio la campagna retrostante fu trasformata, per la gioia dei Visconti e dei loro illustri ospiti, in un'immensa tenuta boschiva di 3 milioni di metri quadri, che nelle epoche di maggior splendore fu popolata con animali esotici, per rendere le battute di caccia più prestigiose.
Alla morte di Filippo Maria (1447), il castello di Milano, con i suoi 180 metri di lato, era senz'altro il più grande fortilizio realizzato in epoca viscontea.

3. Il periodo sforzesco

La parentesi repubblicana
Dopo Filippo Maria, che lasciava come unica erede la figlia Bianca Maria sposata al condottiero Francesco Sforza, Milano si organizzò autonomamente dando vita alla Repubblica Ambrosiana (1447-1450). In questo pur breve periodo i milanesi si accanirono con violenza contro il castello visconteo, simbolo di oppressione e tirannide, demolendolo in parte e smantellandone le opere difensive.
Comunque, l'architettura del castello era da considerarsi ormai inadeguata rispetto all'evolversi delle tecniche militari, che iniziavano ad introdurre l'uso delle artiglierie.

Francesco Sforza
Divenuto signore di Milano Francesco I Sforza nel 1450, si pose immediatamente mano alla ricostruzione del castello, che divenne il cardine di tutto il sistema difensivo cittadino.
In realtà, tra i numerosi patti sottoscritti tra i rappresentanti della città e lo Sforza, vi era quello di non riedificare il castello di Porta Giovia. Il furbo condottiero venne però meno al proprio impegno, spingendo una delegazione di cittadini ad invitarlo alla ricostruzione, adducendo come motivi il decoro e la sicurezza della città.
Per rendere meno indigesta la nuova fortezza, volle che la facciata verso la città fosse ingentilita con delle finestre, a mo' di palazzo, che poi però, quando la sua Signoria si era ormai affermata e nessuno più poteva metterla in discussione, fece prontamente murare per migliorare la sicurezza dell'intera rocca. Le finestre saranno riaperte solo coi restauri moderni del Beltrami, come vedremo più avanti.
Le principali innovazioni architettoniche di questo periodo furono le muraglie più spesse, atte a resistere ai colpi dei proiettili, i torrioni più bassi e rotondi, camminamenti di ronda per la difesa piombante e le indispensabili, moderne, aperture per le bocche da fuoco (archibugiere, balestriere, bombardiere).
I due celebri torrioni circolari vennero edificati con uno spessore di sette metri, abbelliti con pietre a bugnato regolare. Fu anche aggiunto un grande stemma, che recava le iniziali FR. SF. e la vipera viscontea, insegna adottata per dimostrare la continuità della stirpe sforzesca da quella viscontea. All'interno, i torrioni contenevano delle celle per i prigionieri.
Alla prima fase ricostruttiva parteciparono esperti militari dell'epoca, quali Marcoleone da Nogarolo, Filippo d'Ancona, Giovanni Solari, Jacopo da Cortona.
Vi lavorò anche Antonio Averulino, il Filarete, che edificò nel 1452 la omonima torre, al centro della facciata rivolta verso la città, anch'essa progettata per smorzare i toni eccessivamente cupi e militareschi che il castello stava assumendo. Ispirata a quella presente nel castello campestre di Cusago (tuttora esistente), inizialmente doveva essere alta quanto le mura, ma essendosi innalzati i due torrioni circolari, la torre filaretiana (che avrà vita breve) dovette essere alzata, aggiungendovi i due sopralzi e la cupoletta.
La sovrintendenza generale ai lavori costruttivi venne affidata a Bartolomeo Gadio, che manterrà l'incarico per ventisei anni, durante i quali si portò a termine anche la ghirlanda, cioè la cortina muraria a difesa del castello (ricavata sulla preesistente difesa viscontea) e la strada segreta, o coperta, posta nella controscarpa del fossato.
Questa era una sorta di corridoio coperto a volta, illuminata da finestrelle che si aprivano sul fossato, e prima che varie frane e la costruzione della rete fognaria la interrompessero, aveva numerose gallerie che portavano per diversi chilometri in aperta campagna.

Galeazzo Maria e Gian Galeazzo Sforza
Se Francesco Sforza aveva pensato, nell'opera restauratrice, prevalentemente agli aspetti difensivi, il figlio Galeazzo si occupò delle parti residenziali e rappresentative. Proseguì così la sistemazione della Rocchetta, e completò la Corte ducale. Innalzò due nuove ali, la prima per ospitare la sala Verde e la cappella ducale; la seconda con il portico detto dell'elefante.
Morto improvvisamente nel 1476, vittima della congiura di S. Stefano, la Signoria passò al giovane Gian Galeazzo, sotto tutela della madre Bona di Savoia e del cancelliere Cicco Simonetta.
Nel 1477 Bona fece innalzare la torre centrale che ancora porta il suo nome, col preciso compito di sorvegliare i movimenti interni al castello e l'accesso alla Rocchetta.
Autore ne fu il marchese Lodovico Gonzaga, Signore di Mantova. La torre fu progettata per contenere otto celle, a cominciare da quella sotterranea, l'una sopra l'altra.
Nel corso dei secoli tuttavia perse la parte superiore, e finì col terminare in una sorta di terrazza protetta da una ringhiera di ferro.

Ludovico Maria detto il Moro
Liberatosi del Simonetta e scacciata Bona di Savoia, Ludovico Maria assunse la tutela del Ducato facendo firmare al nipote una lettera d'assenso, divenendo di fatto il nuovo signore dal 1480 al 1499.
Il Moro volle imprimere al Castello un'immagine più residenziale e principesca, mitigando l'impronta guerresca ancora dominante nonostante gli sforzi dei suoi predecessori. Per questa ragione chiamò a corte artisti di spicco, tra i quali il Bramante e Leonardo.
Negli anni della loro permanenza a Milano, entrambi presentarono numerosi progetti per quella che ormai era diventata la residenza della famiglia ducale (fin dagli anni Sessanta del Quattrocento).
Attualmente, tuttavia, individuare le tracce del loro operato risulta difficile. Del tutto labili sono gli indizi di un'attività bramantesca. E' noto che verso il 1495 il cortile della Rocchetta, il quadrilatero porticato posto nel vertice occidentale del castello cui si accedeva originariamente solo dalla grande piazza d'armi tramite un ponte levatoio, fu dotato del terzo ed ultimo fronte ad arcate su colonne. La datazione, confermata dalla presenza degli emblemi prediletti dal Moro sulle targhe che decorano i capitelli di disegno corinzio, ha suggerito un'attribuzione al Bramante, ma nella arcate che posano direttamente su colonne non si può individuare un suo contributo originale (contributo che la preesistenza degli altri fronti non poteva comunque che limitare pesantemente).
Sua deve sicuramente essere la cosiddetta "ponticella", opera commissionata dal Moro a Bramante, secondo il suo allievo Cesare Cesariano (1521), e identificata dal Beltrami nel piccolo ponte coperto (databile al 1495 circa) che attraversa il fossato esterno al lato nord est del castello, connettendo le stanze private del duca con l'area allora a giardino compresa tra il fosso stesso e la ghirlanda.
Tra queste stanze private, v'era la "saletta negra", che il Moro, dopo la morte della sposa Beatrice, aveva fatto decorare da Leonardo ed in cui amava raccogliersi.
Il contributo di Leonardo è assai meglio precisabile, ma resta documentato sostanzialmente solo da disegni: i suggestivi schizzi per un'altissima torre-osservatorio al centro della facciata verso la città e singolari tempietti a cupola per le torri angolari.
Non restano invece tracce di un padiglione a pianta centrale realizzato nel giardino, e del famoso monumento equestre a Francesco Sforza (il cui modello fu distrutto dai Francesi) che doveva essere posto in una grandiosa nuova piazza rivolta verso la città.
La creazione più famosa di Leonardo resta così il grande affresco sulla volta a ombrello della sala "delle Asse", eseguito secondo un suo progetto decorativo nel 1498 circa: una grande pergola verde di rami, annodati con i famosi "vinci", che scaturivano da un circolo di alberi.
Leonardo è comunque ricordato per aver organizzato coreografie e macchinari per allietare feste e stupire gli ospiti di corte.
Una delle più famose fu quella organizzata nella Sala Verde della corte ducale, e detta Festa del Paradiso. Leonardo creò sul palcoscenico una volta raffigurante il Paradiso, con astri, divinità, angeli e quant'altro. Sul culmine della volta l'artista collocò un bambino tutto nudo e dorato di vernice, con grande ammirazione dei presenti. Le cronache ci dicono anche che quel bambino morì atrocemente poco dopo la rappresentazione, a causa della doratura che gli provocò ustioni su tutto il corpo.
Per quanto riguarda, infine, le mura urbane, erano in pratica ancora quelle di epoca comunale-viscontea, con sette porte e undici pusterle. In ogni caso la saldatura delle mura cittadine al castello risultava decisamente più complessa, per la presenza di rivellini che, snodo tra mura cittadine e mura castellane, smistavano i numerosi accessi al fortilizio, rendendolo ancora più sicuro.
I due rivellini suddetti, uno chiamato di Porta Comasina e l'altro di Porta Vercellina, si edificarono al centro del fossato, e mediante ponticelle levatoie comunicavano con i rispettivi portoni di ingresso.
Dei due, il rivellino tuttora superstite è quello di Porta Vercellina, ove ora trovasi la via Minghetti.
Oggi della cinta muraria a protezione del castello, la ghirlanda, e del suo fossato, restano solo le vestigia della porta detta del Soccorso (verso la campagna) e i basamenti dei due piccoli torrioni tondi ai lati (detti della Colubrina e della Vittoria).

4. Le dominazioni straniere

Il periodo francese
Nel 1499, il castellano Bernardino da Corte, tradendo il giuramento fatto allo Sforza, si vendeva ai Francesi e al loro comandante, Gian Giacomo Trivulzio. Milano cadde così nelle mani di Luigi XII, che entrò in città il 6ottobre. Nei dodici anni di dominazione francese, la preoccupazione maggiore fu quella di isolare il castello dalla città (le cui case col tempo si erano addossate sempre più al fortilizio), sulla scia di una precisa volontà già individuabile nell'opera del Moro, che aveva fatto demolire le costruzioni private che impedivano di individuare consistenze e direzioni degli attacchi che il castello doveva subire.
Perduta la veste di reggia principesca, il castello inizia il suo lento ma inarrestabile declino. Il cortile centrale cominciò ad assumere l'aspetto di un cortilone di caserma. Col tempo si allestirono delle botteghe per gli usi delle guarnigioni: panettieri, osterie, barbierie, fabbri ferrai ed anche un piccolo ospedale.
Un duro colpo alla magnificenza del castello venne inferto il 28 giugno 1521, quando esplose la torre del Filarete, nella cui sommità i francesi avevano ammassato le polveri da sparo.
Anche se ora può sembrare strano, all'epoca dislocare la polveriera in cima alle torri era considerata una cautela, poiché in caso di esplosione si perdeva solo la parte alta della costruzione. Tuttavia la torre filaretiana, o dell'orologio, come era detta all'epoca, andò totalmente distrutta, e "li sassi e le pietre grossissime delle rovine volavano con impeto incredibile spaventosamente qua e là per l'aria… e però furono ammazzati più di centocinquanta fanti del Castello, ed il castellano della Roccheta e quello del Castello…e rovinato tanto spazio di muro che al popolo se si fosse mosso sarebbe stato facile molto l'occupare quella notte il castello".
Quando le truppe imperiali sconfiggono i Francesi nella battaglia di Pavia (24 febbraio 1525), per il Castello inizia un assedio di ben quattordici mesi.
Al termine, il fortilizio è abbandonato nelle mani di Francesco II Sforza, il quale però, sospettato di tradimento, è costretto a sua volta a barricarsi e resistere per nove mesi alle truppe dell'imperatore.

Gli Spagnoli
Francesco II, che per poter mantenere il ducato dopo il pesante assedio aveva pagato a Carlo V la considerevole cifra di 900.000 ducati, morì senza figli il 1° novembre del 1535.
Casa Sforza si estinguerà poco dopo, con la morte di Gian Paolo (figlio naturale di Ludovico il Moro e di Lucrezia Crivelli), che inutilmente aveva tentato di avanzare legittime pretese di successione sulla Signoria del Ducato.
Così, città, territori e naturalmente castello vennero offerti, da un'ambasceria di milanesi, all'imperatore Carlo V, il quale, accettato il gentile dono, nominò Antonio de Leyva luogotenente imperiale e governatore: Milano diventa un dominio spagnolo.
I problemi difensivi vennero quanto prima affrontati dai nuovi padroni, ma i progetti restarono il più delle volte solo sulla carta.
Si discuteva principalmente se la soluzione migliore fosse quella di realizzare una nuova cerchia murata, oppure raddoppiare il castello, magari edificandone uno totalmente nuovo da sostituire al primo, sempre più obsoleto davanti ai progressi delle tecniche militari. Questo nuovo baluardo avrebbe dovuto vedere la luce a sud della città, verso Porta Romana. Tuttavia l'ipotesi naufragò davanti ai preventivi di spesa, che sarebbe stata a carico dell'imperatore e non della città.
Prevalse dunque il progetto per una nuova ed inespugnabile cinta muraria che abbracciasse tutta la città, approvato e sollecitato dal nuovo governatore Ferrante Gonzaga.
La prima pietra della mura spagnole (o bastioni) fu posta nel 1548 presso la chiesa di S. Dionigi, vicino al lazzaretto, su progetto di Giovanni Maria Olgiati. In realtà altre fonti spostano l'inizio dei lavori al 1552, come si potrebbe evincere dalla consultazione dei Registri delle Fortificazioni, ove sono riportate ordinanze e capitolati d'appalto relativi ai lavori e le suppliche dei cittadini desiderosi di essere risarciti per le demolizioni e i danni subiti.
Alcuni sostengono che l'ambizioso progetto fosse il medesimo già accarezzato dall'ultimo degli Sforza. In realtà questi aveva sì immaginato un potenziamento delle difese cittadine, ma non in senso di maggiore estensione, bensì attraverso la costruzione di una "tenaglia" appoggiata al vertice nord-est del castello, verso il borgo degli Ortolani (attuale via Canonica).
Resta il fatto, comunque, che questa "tenaglia" difensiva un po' misteriosa dovesse essere stata veramente realizzata prima delle mura spagnole, le quali arrivarono a coprirne l'area solo nel 1592, anno della sua presumibile demolizione. Resta un capitolo poco chiaro, affidato solo alla memoria di una strada parallela a via Moscova, che porta ancora il nome di via Porta Tenaglia, proprio dove teoricamente doveva trovarsi il suo vertice estremo.
Queste ciclopiche mura presentavano, secondo il pensiero di molti, eccessivi difetti. Primo fra tutti, si trattava di otto chilometri di cinta, con relativi fossati, strade di arroccamento, e altri servizi, ma solo le porte erano adeguatamente serrate da bastioni. Fortuna volle, comunque, che nessun esercito straniero sottopose mai la cinta ad alcuna verifica.

La bastionatura stellata del Castello


Dopo dodici anni dalla data di inizio della nuova e grandiosa cinta, iniziarono anche i lavori (1560) per la realizzazione della bastionatura del castello. A tal fine, si chiese alla cittadinanza un contributo straordinario di 60.000 ducati.
La somma fu anticipata dal banchiere Tommaso Marino (vedi pagina), che dalla Spagna ottenne in cambio la cessione anticipata di due annualità di dazi sul vino.
Nove anni dopo l'inizio dei lavori il primo baluardo (verso la via Quintino Sella) vide finalmente la luce, e fu dedicato al governatore Gabriele de Cueva, duca di Albuquerque. Seguirono poi a ruota i baluardi S. Jago o S. Diego (via Ricasoli) e Padilla (puntato verso largo Cairoli). La demolita "tenaglia" lasciò il posto ai baluardi Don Pedro e Acugna. Il sesto baluardo, sull'attuale asse di corso Sempione, prese il nome di Velasco.
Così, il castello fu totalmente isolato dalla città, e diventerà subito qualcosa di a sé stante, slegato dal sistema difensivo urbano.
Con Filippo IV (re dal 1621 al 1665) al giro già macchinoso dei baluardi si aggiunse quello delle mezzelune, cosicché la stella che arrivò a circondare il castello venne ad avere ben dodici punte. Delle spese in preventivo nessuno se ne ricordava più, e si arrivò presto ad un consuntivo di oltre un milione di ducati. A questi si aggiungeva una cifra imprecisata, ma senza fine, per il mantenimento della guarnigione e delle soldatesche che il sistema difensivo milanese, fulcro di un più vasto sistema, attirava continuamente.
Una minuziosa e probabilmente fedele riproduzione del castello è visibile in un affresco del Palazzo Arese Borromeo di Cesano Maderno, databile intorno al 1655, che mostra a volo d'uccello la complessa organizzazione difensiva che circondava il Castello. Nell'affresco i torrioni appaiono cimati della merlatura: abbassare le torri rientrava nella logica dettata dall'utilizzo della polvere da sparo.
Anche da ciò si evince come ormai l'antica reggia principesca si era ridotta a fredda macchina da guerra, ed ogni suo angolo trasformato in depositi di materiale bellico e caserme per le guarnigioni.
Nel periodo spagnolo anche il bellissimo bosco sforzesco verso la campagna perse ogni pregio, dato che fu suddiviso in più appezzamenti agricoli e affittato per le coltivazioni.
La parte verde più prossima al castello finì con l'essere utilizzata per le adunate delle truppe e per le esercitazioni militari, cosa che la rese un enorme spiazzo sterrato e fangoso.

Gli Austriaci e i Savoia


Nel marzo del 1707 l'ottantenne generale marchese de Florida abbandona, con l'onore delle armi, castello e città nelle mani dell'Austria.
Tuttavia nel 1733 la guerra di successione polacca vide l'alleanza franco-sabauda, accordo militare che permise a Carlo Emanuele III di Savoia di entrare in Milano. Il castellano Annibale Visconti si arrese dopo una decina di giorni di battaglia, che ebbe come tragica conseguenza la distruzione del borgo degli Ortolani.
Anche il castello ne uscì malandato, e i baluardi Acugna e Velasco dovettero essere addirittura smantellati.
Le successive manovre politiche e militari non scalfirono più il castello, destinato sempre più a divenire una sonnolente piazzaforte, sede di una guarnigione austriaca con 2.000 soldati croati di guardia a 152 cannoni e 3.000 quintali di polvere pirica.

Il periodo napoleonico
Se il primo periodo napoleonico (1796-1799) non toccò la struttura del castello, salvo la violenza del popolo che rovinò gli stemmi sulle torri, le quali a loro volta rischiarono di essere abbattute, il Bonaparte decise di interessarsi al fortilizio dopo la battaglia di Marengo.
Infatti, con decreto del 23 giugno 1800, ordinò la totale demolizione dell'inutile fortilizio. Tuttavia i lavori si accanirono solo contro le bastionature spagnole, che dal 1802 caddero pezzo dopo pezzo a colpi di mina.
In pochi anni si arrivò così all'abbattimento di tutta l'opera di protezione, costata almeno un secolo di appalti e migliaia di ducati. Fu salvato invece il castello, che però appariva come un gigante addormentato al centro di una vastissima area desolata.
Conseguentemente, vennero presentati alcuni progetti urbanistici per la sua sistemazione. Tra questi, uno di Luigi Canonica, con la sua "Città Buonaparte" e un secondo, meritevolissimo, di Giovanni Antonio Antolini: il "Foro Buonaparte". Il progetto Antolini, che prevedeva la costruzione di un complesso di edifici monumentali destinati ad uso pubblico, di cui il castello, rimaneggiato con forme classiche, doveva costituire la parte centrale, pur inizialmente approvato e poi riveduto e corretto, non venne mai realizzato, anche per un problema di costi eccessivi.
Mentre all'esterno si discuteva di urbanistica, l'interno del castello veniva impunemente vilipeso: la leonardesca sala delle Asse, come le sale vicine, fu intonacata e adibita a scuderia


L'ultima occupazione austriaca
Rientrati gli Austriaci nel 1814, questi mantennero il castello nelle condizioni lasciate da Napoleone, salvo i necessari restauri (esclusivamente pratici) eseguiti dopo il brevissimo periodo di libertà ottenuto nelle epiche giornate del 1848, durante il quale i cittadini si erano accaniti contro castello e soprattutto contro le torri, che da quel frangente iniziarono a misurare la metà dell'epoca sforzesca. Furono infatti demoliti 18 giri di bugne, sino alla metà degli stemmi, cioè sino all'altezza delle mura di cortina.


5. La rinascita del castello

Il nuovo piano regolatore
Con l'unità d'Italia, la città iniziò una vertiginosa espansione territoriale, favorita anche dall'annessione dei Corpi Santi (1873), cioè i comuni e i borghi sviluppatisi al di fuori delle mura spagnole. Queste cominciarono pertanto ad essere atterrate a partire dal 1885, risultando ormai d'ostacolo allo sviluppo del tessuto urbano, anche se gli ultimi tratti caddero solo nel 1946. Sopravvive oggi un baluardo a Porta Romana (p. Medaglie d'oro), alcuni tratti a Porta Vigentina e il sopralzo a Porta Venezia, attualmente percorribile in automobile.
Nel 1884 l'ing. Cesare Beruto elabora, su incarico della giunta municipale, il primo vero piano regolatore organico che, pur con le inevitabile modifiche e varianti, rimarrà alla base del riordino viario e dell'ampliamento di Milano.
Fu così che andò distrutto il lazzaretto (1882-1890), ormai alloggio abusivo per decine di famiglie del sottoproletariato urbano, e al suo posto edificato un vasto quartiere di case per il popolo. A nulla valsero le proteste di molti nemici della speculazione, tra i quali l'architetto Luca Beltrami.
Questi riuscì però a salvare dalla stessa tristissima fine il castello, secondo i progetti del tempo destinato a fare posto ad un lunghissimo corso che avrebbe dovuto congiungere il Duomo, attraverso la neonata via Dante, all'attuale corso Sempione. Si dice che, sapendosi in città che tale progetto nascondeva in realtà intenti di speculazione edilizia privata, qualcuno riuscì a farlo cadere con l'ironia: fingendo grande apprezzamento, chiese di demolire anche il Duomo, di modo che il corso così ideato potesse raggiungere agevolmente il corso Venezia e continuare oltre, per lo stradone di Loreto (oggi corso Buenos Ayres).



I restauri di Luca Beltrami
Al Beltrami furono affidati i lavori di ristrutturazione e reintegrazione del castello, che iniziarono nel 1893. La sua paziente e meticolosa opera fu condotta sempre sulla base di rilievi e documenti dell'epoca sforzesca.
La prima opera di restauro riguardò il torrione a destra di chi guarda, il quale fu sfruttato per inserire al suo interno un enorme serbatoio d'acqua potabile, su proposta dell'assessore Saldini. Nel 1905 fu completato il secondo torrione, anche questo adibito a serbatoio per l'acqua.
Nel 1893-1894 si pose mano alla torre di Bona di Savoia, a spese del Comitato Cittadino promotore delle Esposizioni Riunite, che si tennero in quegli anni proprio al castello.
Anche la torre del Filarete fu ricostruita, ispirandosi ai graffiti presenti a Chiaravalle (vedi) e ad un quadro dell'epoca (vedi): prima dell'opera in muratura, tuttavia, si preferì appoggiare alla facciata una imponente sagoma di legno a grandezza naturale, onde verificare l'impatto visivo che una simile torre avrebbe avuto guardando il fortilizio dalla via Dante.
Nell'inverno del 1893-1894, per iniziativa di Paul Muller-Walde si iniziarono anche le prime indagini per scoprire le tracce originali della decorazione della sala delle Asse, intonacata, come detto, dai Francesi invasori.
Il 24 settembre 1904 il Beltrami restituì alla cittadinanza il castello voluto dai Visconti, che però fu ribattezzato "Sforzesco", come segno del recupero del tempo in cui aveva vissuto la sua migliore stagione.
La retrostante piazza d'armi fu trasformata in parco cittadino dall'architetto Emilio Alemagna nel 1894 (lo stesso architetto che aveva già riqualificato i Giardini Pubblici nel 1881) (vedi la pagina sui Giardini).
Nonostante l'ingente spesa (1.700.000 lire), solo 21 ettari vennero veramente destinati a verde. Il restante spazio fu infatti occupato da case e strade.
Altro spazio fu poi tolto agli alberi quando nel 1931 vide la luce il tanto criticato Palazzo dell'Arte.



Bibliografia

Beltrami, Luca, Guida storica al castello di Milano (1368-1894), Milano 1894
Beltrami, Luca, Il castello di Milano sotto il dominio dei Visconti e degli Sforza, Milano 1894
Beltrami, Luca, Il castello sforzesco dal febbraio 1911 al novembre 1913, Milano 1916
Bologna, Giulia, Il castello di Milano, Milano 1986
Calvi, Felice, Il castello visconteo-sforzesco nella storia di Milano, Milano, Vallardi 1894 [rist. Milano, R.A.R.A. 1993]
Casati, Carlo, Vicende edilizie del castello di Milano, Milano 1876
Fava, Franco, Storia di Milano, Milano 1997
Lopez, Guido, Il castello sforzesco di Milano, Milano 1986
Mirabella Roberti, M. – Vincenti, A. – Tabarelli, G.M., Milano città fortificata, Milano 1983
Mirabelli Roberti, Mario, Milano Romana, Milano 1984
Monti, A. – Arrigoni, P., La vita nel castello sforzesco attraverso i tempi, Milano 1931
Sonzogno, Lorenzo, Il castello di Milano: cronaca di cinque secoli, Milano 1837

Ultima modifica: giovedì 05 settembre 2002
Copyright Mauro Colombo

****** ******

Tra i tantissimi fatti accaduti negli spazi del Castello, vogliamo ricordare la decapitazione di Bianca Maria Scarpadone, contessa di Challant, avvenuta il 20 ottobre del 1526. La nobildonna era colpevole di aver fatto uccidere uno dei suoi tanti amanti, Ardizzino Valperga conte di Masino.
La storia è giunta a noi raccontata da Matteo Bandello, in una delle sue novelle.

NOVELLA IV
La contessa di Cellant fa ammazzare il conte di Masino
e a lei è mózzo il capo.

Voi, signori miei, devete sapere che questa signora Bianca Maria de la quale s'è parlato – dico signora per rispetto ai dui mariti che ha avuti – fu di basso sangue e di legnaggio non molto stimato, il cui padre fu Giacomo Scappardone, uomo plebeo in Casal di Monferrato. Questo Giacomo, tutto quello che aveva ridotto in danari, si diede a prestar ad usura publicamente con sí larghi interessi, che avendo da giovine cominciato a far questo mestieri, ci divenne tanto ricco che comperò possessioni assai, e tuttavia prestando e poco spendendo acquistò grandissime facultá. Ebbe per moglie una giovane greca, venuta di Grecia con la madre del marchese Guglielmo, che fu padre de la duchessa di Mantova. Era la moglie di Giacomo donna bellissima e piacevol molto, ma dal marito assai differente d'etá, perciò che egli era giá vecchio ed ella non passava venti anni. Ebbero una figliuola senza piú, che fu questa Bianca Maria, per la quale ho cominciato a parlare. Morí il padre e restò questa figliuola molto picciola sotto il governo de la madre greca, con facultá di beni stabili al sole per piú assai di cento mila ducati. Era la figliuola assai bella, ma tanto viva e aggraziata che non poteva esser piú. Come ella fu di quindeci in sedeci anni, il signor Ermes Vesconte, figliuolo di quel venerando patrizio il signor Battista, la prese per moglie, e con solennissima pompa e trionfi grandissimi e feste la condusse in Milano. A la quale, prima ch'ella v'entrasse, il signor Francesco, fratel maggiore del signor Ermes, mandò a donar una superbissima carretta tutta intagliata e messa ad oro, con una coperta di broccato riccio sovra riccio tutto frastagliato e sparso di bellissimi ricami e fregi. Conducevano quattro corsieri bianchi come uno armellino essa carretta, e i corsieri medesimamente erano di grandissimo prezzo. Su questa carretta entrò la signora Bianca Maria trionfantemente in Milano, e visse col signor Ermes circa sei anni. Morto che fu il signor Ermes, ella si ridusse in Monferrato a Casale, e quivi trovandosi ricca e libera, cominciò a viver molto allegramente e fare a l'amor con questo e con quello. Ella era da molti vagheggiata e domandata per moglie, fra i quali erano principali il signor Gismondo Gonzaga figliuolo del signor Giovanni e il conte di Cellant barone di Savoia, che ha il suo stato ne la valle d'Agosta, e v'ha molte castella con bonissima rendita. La marchesana di Monferrato per compiacer al genero signor di Mantova faceva ogni cosa per darla al signor Gismondo, e quasi il matrimonio era per conchiuso. Ma il conte di Cellant seppe sí ben vagheggiarla e dirle sí fattamente i casi suoi, che celatamente insieme si sposarono e consumaron anco il matrimonio. La marchesana di Casale, ancor che questo sommamente le dispiacesse e fosse per farne qualche mal scherzo a la signora Bianca Maria, nondimeno dissimulando lo sdegno, per rispetto del conte non fece altro movimento. Si publicò adunque il matrimonio e si fecero le nozze con tristo augurio, per quello che seguí. E parve bene esser vero il proverbio che volgarmente fra noi si dice, che chi si piglia d'amore, di rabbia si lascia, perciò che non stettero molto insieme che nacque una discordia tra loro la piú fiera del mondo, di modo, che che se ne fosse cagione, ella se ne fuggí dal marito furtivamente, e in Pavia si ridusse, ove condusse una buona ed agiata casa, menando una vita troppo libera e poco onesta. Era in quei giorni al servigio de l'imperadore Ardizzino Valperga conte di Masino, col signor Carlo suo fratello. E per sorte trovandosi Ardizzino in Pavia e veggendo costei, se ne innamorò, e tutto il dí le stava in casa, facendole il servidore e usando ogni arte per venir a l'intento suo. E quantunque fosse un poco zoppo d'un piede, era nondimeno giovine assai bello e molto gentile, di modo che in pochi giorni venne de la donna possessore, e piú d'un anno si diede il meglior tempo del mondo seco, cosí manifestamente, che non solamente ne la cittá di Pavia, ma per tutta la contrada se ne tenevano canzoni. Avvenne che il signor Roberto Sanseverino conte di Gaiazzo, giovine de la persona valente e gentilissimo, capitò a Pavia, al quale la signora Bianca Maria gettati gli occhi a dosso, e giudicatolo meglior e piú gagliardo macinatore che non era il suo amante, del quale forse ella si trovava sazia, deliberò procacciarselo per nuovo amante. Onde cominciando a far mal viso al signor Ardizzino e non le volendo dar piú adito di ritrovarsi seco, vennero insieme a qualche triste parole. La giovane, piú baldanzosa che non si conveniva, e non pensando ciò che seco aveva fatto, cominciò a dirgli villania, non solamente chiamandolo zoppo sciancato, ma dicendogli molte altre vituperose parole. Egli, che mal volentieri portava in groppa, allargato il freno a la sua còlera, le diede piú volte de la putta sfacciata per la testa e de la bagascia e de la villana, di modo che dove era stato grandissimo amore vi nacque ne l'una parte e ne l'altra un fierissimo odio. Partí da Pavia il signor Ardizzino, e in ogni luogo ove accadeva che de la signora Bianca Maria si ragionasse, ne diceva tutti quei vituperosi mali che d'una femina di chiazzo si potessero dire. Ella a cui spesso era riferito il male che di lei il vecchio amante diceva, fece cosí col conte di Gaiazzo, che tutta in preda se gli diede. E pensando d'averlo di tal maniera adescato che di lui a modo suo potesse disporre, essendo un dí sui piaceri amorosi, e mostrando il conte tutto struggersi per lei, ella gli chiese di singolarissima grazia che volesse far ammazzar il signor Ardizzino, che altro non faceva che dir mal di lei. Il conte, udendo cosí fatta proposta, si meravigliò forte. Tuttavia le disse che non solamente farebbe questo, ma che per farle servigio era per far ogni gran cosa, e che era presto sempre a servirla. Da l'altra parte, conoscendo la malignitá de la donna e che il signor Ardizzino era persona nobilissima ed amico suo, dal quale mai non aveva ricevuto dispiacere alcuno, deliberò di non gli voler nuocere, e tanto piú parendogli che piú tosto il signor Ardizzino averebbe avuto qualche color di ragione di reputarsi offeso da lui, che l'aveva, nol sapendo perciò, cacciato de la possessione amorosa de la signora Bianca Maria. Attendeva dunque il conte a darsi buon tempo con la detta donna, e cosí perseverò alcuni mesi. Ma veggendo ella che il conte, essendo stato due o tre volte il signor Ardizzino a Pavia, non l'aveva mai fatto assalire, né cercato di farlo ammazzare, anzi l'aveva accarezzato, e mangiato alcune volte con lui di compagnia, deliberò levarsi da questa pratica del conte. Ora, che che se ne fosse cagione, cominciò a fingersi inferma e a non si lasciar piú veder da esso conte, trovando or una scusa ed or un'altra, e massimamente che il suo marito monsignor di Cellant le aveva mandato messi per riconciliarsi seco, e che ella era d'animo di far ogni cosa per ritornar col marito. Per questo che lo pregava a non voler piú praticar con lei, a ciò che quelli che dal marito venivano a Pavia potessero far buona relazione di lei. Il conte di Gaiazzo, o credesse questa favola o no, mostrò almeno di crederla, e senza altre parole se ne levò, e da questa amorosa impresa si distolse; e per non aver occasione di ritornarvi, da Pavia si partí e andò a Milano. La signora Bianca Maria, veggendo il conte esser partito, e sovvenendole che era piú libera col signor Ardizzino che sommamente l'amava, tornò a cangiar l'odio in amore, o forse, per dir meglio, a cambiar appetito. E tra sé deliberata di ritornar al primo gioco amoroso con il detto signor Ardizzino, ebbe modo di fargli parlare e di scusarsi seco, con fargli intendere che ella era tutta sua e che perpetuamente intendeva d'essere, se da lui non mancava, pregandolo che egli volesse far il medesimo e disporsi a voler in tutto e per tutto esser di lei, sí come giá ella era determinata esser eternamente di lui. Le cose si praticarono di tal maniera, che il signor Ardizzino ritornò di nuovo al ballo e riprese un'altra volta il possesso dei beni amorosi de la signora Bianca Maria, e di continovo, giorno e notte, era con lei. Stettero insieme piú e piú giorni, quando cadde ne l'animo a la donna di far ammazzare il conte di Gaiazzo. E chi le avesse chiesto la cagione, dubito io assai forte che non averebbe saputo trovarne alcuna, se non che, come donna di poco cervello e a cui ogni gran sceleratezza pareva nulla, averebbe addutti i suoi disordinati e disonestissimi appetiti, dai quali senza ombra alcuna di ragione, non dico governata, ma furiosamente spinta, a l'ultimo e sé ed altri a miserando fine condusse, sí come ascoltandomi intenderete. Entrata adunque in questo umore, e non le parendo di poter allegramente vivere se il conte di Gaiazzo restava in vita, e non sapendo che altra via trovare, se non indurre il signor Ardizzino a servirle di manigoldo, essendo seco una notte nel letto e scherzando amorosamente insieme, gli disse: – Sono piú dí, signor mio, che io aveva animo di chiedervi un piacere, e vorrei che voi non me lo negassi. – Io sono – rispose l'amante – per far tutto quel che mi comandarete, quantunque la cosa che vorrete sia difficile, pur che sia in mio poter di poterla menar a fine. – Ditemi, – soggiunse ella, – il conte di Gaiazzo come è vostro amico? – Certamente, – disse alora egli, – io credo che mi sia amico e buono, perciò che io l'amo da fratello, e so ch'egli ama me, e che ove potesse mi farebbe ogni piacere, sí come io farei a lui. Ma perché mi chiedete voi questo? – Io vel dirò, – rispose la donna; ed amorosamente baciandolo piú di sei volte, soggiunse: – Voi sète, vita mia, gravemente ingannato, perché io porto ferma openione che non abbiate il maggior nemico al mondo di lui. E udite come io lo so, a ciò che non vi pensassi che cotesta fosse una imaginazione. Quando egli praticava meco, venimmo a certo modo a ragionar di voi, dove egli mi giurò che non si trovarebbe mai contento se non vi faceva un dí ficcare un pugnale avvelenato nel petto, e che sperava in breve di farvi fare un cosí fatto scherzo che piú non mangiareste pane. E molte altre male parole mi disse di voi; ma la cagione che a questo lo movesse non mi volle egli discoprir giá mai, quantunque io molto affettuosamente ne lo ricercassi. Tuttavia, ancor ch'io fossi in còlera con voi, non restai perciò di pregarlo che non si mettesse a cotesta impresa. Ma egli mi replicava iratamente che era determinato di farlo e che io gli parlassi d'altro. Sí che guardatevi da lui e andate avvertito mettendo mente ai casi vostri. Ma se voi mi credessi, io vi consigliarei ben di modo che non avereste tema di lui né de le sue bravarie. Io giocarei di prima, e ciò ch'egli cerca di fare a voi, io farei a lui. Voi avete benissimo il modo di potergliela cingere, e ne sarete sempre lodato e tenuto da piú. Credetelo a me, che se voi non cominciate prima, egli non dormirá, ma un giorno che voi non ci porrete mente, egli vi fará ammazzare. Fate al mio conseglio, fatelo ammazzare quanto piú tosto potete, ché oltre che farete il debito vostro ed ufficio di cavaliero assicurando la vita vostra che vi deve esser carissima, a me anco farete voi un dei piú singolari piaceri che mi possano oggidí esser fatti. E se per vostro conto non lo volete fare, fatelo per amor mio, ché se voi mi donassi una cittá non mi sarebbe il dono cosí caro, come veder questo scilinguato morto. Sí che se m'amarete, come credo mi amate, voi levarete dal mondo questo superbo ed arrogante, che non stima né Dio né gli uomini. – Poteva la donna persuadere al signor Ardizzino questa sua favola esser vera, se non avesse mostrato questa sua ultima affezione, di modo che egli giudicò la donna essersi mossa per odio particolare che al conte portava e non per cagion di lui, e tenne per fermo che il conte mai non l'avesse fatto motto di simil materia. Nondimeno mostrò aver avuto molto a caro simil avviso, e senza fine ne la ringraziò, promettendole di attenersi al suo saggio conseglio. Ma egli non era giá per seguirlo, anzi aveva in animo d'andare a Milano e di parlarne col conte, come fece; ché, tolta l'oportunitá, essendo in Milano si ridusse a ragionamento col conte, e puntalmente gli aperse tutto ciò che da la donna gli era stato detto. Il conte si fece il segno de la croce, e tutto pieno di meraviglia disse: – Ahi putta sfacciata che ella è. Se non fosse che non può esser onore ad un cavaliero d'imbruttarsi le mani nel sangue di donna, e massimamente di donna vituperosa come è costei, io le cavarei la lingua per dietro la nuca; ma prima vorrei che ella confessasse quante volte m'ha con le braccia in croce supplicato che io vi facessi ammazzare. – E cosí l'un l'altro discoprendo le magagne de la rea femina, conobbero la malignitá sua. Il perché ne dissero quel male che di rea e disonesta femina si possa dire, e in publico e in privato narravano le ribalderie di quella, facendola divenir favola del popolo. Ella, sentendo ciò che questi signori di lei dicevano, ancor che mostrasse non se ne curare, arrabbiava di sdegno e ad altro non pensava che a potersene altamente vendicare. Venne ella poi a Milano, e condusse la casa de la signora Daria Boeta e quivi si fermò. Era in quei dí a Milano don Pietro di Cardona siciliano, il qual governava la compagnia di don Artale suo fratello leggitimo, perché egli era figliuol bastardo del conte di Collisano, che morí al fatto d'arme de la Bicocca. Questo don Pietro era giovine di ventidui anni, brunetto di faccia ma proporzionato di corpo e d'aspetto malinconico, il quale veggendo un dí la signora Bianca Maria, fieramente di lei s'innamorò. Ella conoscendolo e giudicatolo piccione di prima piuma ed instrumento atto a far ciò che ella tanto bramava, se le mostrava lieta in vista, e quanto poteva piú l'adescava, per meglio irretirlo e abbarbagliarlo. Egli, che piú non aveva amato donna di conto, stimando questa esser una de le prime di Milano, miseramente per amor di lei si struggeva. A la fine ella se lo fece una notte andar a dormir seco, e con amorevolissime accoglienze lo raccolse, e mostrandosi ben ebra de l'amor di lui, li fece tante carezze e gli dimostrò tanta amorevolezza nel prender amorosamente piacer insieme, che egli si reputava esser il piú felice amante che fosse al mondo, e in altro non pensando che in costei, cosí se le rendeva soggetto, che ella non dopo molto entrata in certi ragionamenti, domandò di singular grazia al giovine che volesse ammazzar il conte di Gaiazzo e il signor Ardizzino. Don Pietro, che per altri occhi non vedeva che per quei de la donna, promise largamente di farlo, e a la cosa non diede indugio. Onde, essendo in Milano il signor Ardizzino, deliberò cominciar da lui, perché il conte di Gaiazzo non v'era, e, tenutogli le spie dietro, seppe che una sera cenava fuor di casa, Il perché essendo di verno che si cena tardi, presi venticinque dei suoi uomini d'arme, che tutti erano armati da capo a piedi, attese il ritorno di esso signor Ardizzino. Sapete esser una vòlta sopra una viottola che dá adito da mano sinistra da la contrada de' Meravegli al corso di San Giacomo. E sapendo che il signor Ardizzino passarebbe quindi, s'imboscò con le sue genti in una casetta vicina, ed avuto da la spia che il signor Ardizzino veniva col signor Carlo suo fratello, dispose gli uomini suoi di modo che gli chiusero sotto la vòlta, e gli misero in mezzo. Quivi si cominciò a menar le mani. Ma che potevano dui giovini con otto o nove servidori non avendo altro che le spade, contra tanti uomini, tutti armati e con arme d'asta in mano? La mischia fu breve, perché i dui sfortunati fratelli furono morti, e quasi tutti i servidori. Il duca di Borbone, che alora fuggito di Francia era in Milano a nome de l'imperadore, fece dar de le mani a dosso quella istessa notte a don Pietro e metterlo in prigione; il quale confessò aver fatto questo per comandamento de la sua signora Bianca Maria. Ella sapendo don Pietro esser preso, avendo spazio di poter fuggire, non so perché se ne restò. Il duca di Borbone, intesa la confessione di don Pietro, mandò a pigliar la donna, la quale come sciocca fece portar seco un forsiero ove erano quindeci migliaia di scudi d'oro, sperando con sue arti d'uscir di prigione. Fu tenuto mano a don Pietro e fatto fuggir di carcere. Ma la disgraziata giovane, avendo di bocca sua confermata la confessione de l'amante, fu condannata che le fosse mózzo il capo. Ella, udita questa sentenza, e non sapendo che don Pietro era scappato per la piú corta, non si poteva disporre a morire. A la fine essendo condutta nel rivellino del castello verso la piazza, e veduto il ceppo, si cominciò piangendo a disperare e a domandar di grazia che, se volevano che morisse contenta, le lasciassero veder il suo don Pietro; ma ella cantava a' sordi. Cosí la misera fu decapitata. E questo fin ebbe ella de le sue sfrenate voglie. E chi bramasse di veder il volto suo ritratto dal vivo, vada ne la chiesa del Monistero maggiore, e lá dentro la vedrá dipinta.