milanostorica

12/10/2006

La demolita chiesa di S. Nazaro in Pietrasanta

La chiesa di San Nazaro (o Nazzaro) alla Pietrasanta sorgeva a pochi passi dal Cordusio, zona centralissima e cuore cittadino a partire dall’epoca dei Longobardi (la “curia ducis”, appunto, di uno dei trentasei duchi longobardi ai quali era affidata l’amministrazione della “Longobardia”).
La via sulla quale si affacciava prendeva naturalmente il suo nome, ed era quindi detta “Contrada di San Nazaro Pietrasanta”. Sulla stessa via si affacciava il palazzo del Carmagnola, di manzoniana memoria.
La Chiesa pare fosse stata edificata nell’edificio ove alloggiarono, per un certo periodo, i santi Nazaro e Celso, figure care alla tradizione cristiana lombarda. La leggenda vuole che quando Sant’Ambrogio ne ritrovò i corpi martirizzati, li fece seppellire nel luogo di ritrovamento, dove poi sorse la chiesa di San Celso. Successivamente il corpo di San Nazaro fu trasferito nella chiesa che prese da allora il suo nome: San Nazaro, detto maggiore o in brolo (sul corso di porta romana) per essere distinto dalla chiesa di San Nazaro Pietrasanta, dove appunto invece aveva dimorato.
Per questa ragione è sempre opportuno ricordare che a Milano erano presenti due luoghi di culto dedicati a San Nazaro: quello maggiore e quello pietrasanta, quest’ultimo decisamente inferiore per architettura e opere d’arte rispetto al maggiore (tutt’ora esistente).
Il perché del “pietrasanta” è da ricercarsi nel fatto che nella chiesetta ora scomparsa era custodita una pietra ritenuta sacra, perché si diceva vi avesse posato il piede sant’Ambrogio nello sforzo di montare a cavallo. Si tratta di una pietra cilindrica, quasi una mezza colonnetta, riattata ad acquasantiera. C’è anche un “giallo” legato a questa pietra, che venne scippata dalla Confraternita di S. Agata in S. Nazaro: in un documento del 1579 si ingiunge alla Confraternita di restituire la pietra santa alla Confraternita di S. Gerolamo, che dall’XI secolo gestiva la chiesa di S. Nazaro in Pietrasanta.


Il culto di questa pietra rientrava in un più generale culto delle pietre di derivazione celtica: questo popolo, che si stabilì nella pianura padana venerava (oltre alle fonti e a certi alberi) le pietre sopra le quali era accaduto qualcosa di particolarmente importante. Questo residuo di paganesimo, pur osteggiato e vietato dalla Chiesa in numerosi concili già dal V secolo circa, continuò a vivere nelle popolazioni locali. A Milano, si venerava anche la pietra custodita nella scomparsa chiesetta di San Vittorello, edificata tra la torre e le mura delle Porta Romana, e la pietra (che sarebbe stata calpestata addirittura dal Cristo) custodita nella chiesa di San Tomaso in Terramala.
La chiesa è indicata nella bella mappa di Daniel Stooppendaal, nell’opera di Graevius: Thesaurus antiquitatum et historiarum italie, del 1706. La chiesetta è visibile all’angolo tra la sua contrada e quella dei Meravigli. Si può vedere anche la carta del Richini: Pianta della città di Milano, secentesca.
La chiesa è poi ben rappresentata, e se ne cita anche il nome, nella carta attribuita a Giovan Battista Clarici, ante 1579, oggi presso l’Accademia nazionale di San Luca in Roma. Qui tuttavia essa è indicata come San Matteo Pietra (o Pietra s.). Non ci si lasci trarre in inganno: la chiesa è sempre San Nazaro, lo si evince chiaramente dall’ubicazione. E anche il riferimento ad una pietra non può che ben deporre. Probabilmente, essendo la chiesa di San Nazaro stata soppressa da San Carlo Borromeo, può essere che “rivivesse” con altro nome, o anche: il Clarici prese un abbaglio, se anche si considera che di persona non si presentò mai a Milano, e la carta comunque pecca di altre incongruenze non da poco.
La chiesa di San Nazaro fu poi demolita, assieme ad altre vestigia antichissime della Milano medievale, per costruire un nuovo corso viario, battezzato via Dante. Nel 1888 dunque si iniziò lo sventramento di un antichissimo quartiere, e la chiesina senza troppi rimpianti crollò sotto il piccone riformatore. La pietra santa fu spostata nella chiesa di San Vincenzo in prato, assai distante se vogliamo (zona corso Genova) ma di antichissima fattura. Questa chiesa fu scelta per un semplice motivo: dopo essere sopravvissuta per decenni quale chiesa sconsacrata e riattata a stalla, magazzino, laboratorio, finalmente veniva nel 1889 riaperta al culto dopo attento (o forse eccessivo) restauro. Fu così che tutta la contrada della Pietrasanta perse il suo nome: il primo tratto, perché inglobato nella larghissima via Dante, e la seconda parte, perché ribattezzata via Rovello.
Sulla traslatio della pietra tra le due chiese, nessun mistero ulteriore: semplice economia urbanistica e tentativo di salvaguardare (ogni tanto) le memorie cittadine.

Tutti i diritti riservati: Mauro Colombo